“Mario Andrea Rigoni, Il pensiero di Leopardi, nuova edizione accresciuta” (Francesco De Martino)

Appunti Leopardiani – Universidade Federal de Santa Catarina (UFSC)

L’importante volume di Mario Andrea Rigoni è ripubblicato in un’elegante edizione, ulteriormente accresciuta rispetto alle precedentie da ritenersi, credo, definitiva. Questa edizione giunge infatti dopo varie ristampe, accrescimenti e cambi di titoli: l’originaria risale al 1982 (Padova, Cleup) con il titolo Saggi sul pensiero leopardiano; titolo rimasto invariato anche nell’edizione del 1985 (Napoli, Liguori), in cui compare per la prima volta la breve ma intensa prefazione di Emil M. Cioran; il titolo attuale risale invece all’edizione Bompiani del 1997.

Il volume di Rigoni, e del resto tutti gli scritti leopardiani dell’autore, ivi compreso il commento alle Poesie del Recanatese nella collana Meridiani, costituiscono una notevolissima eccezione nel panorama della critica leopardiana posteriore alla ‘svolta del 1947’: in quell’anno, come è noto, apparvero a poche settimane di distanza, entrambi per i tipi di Sansoni, La nuova poetica leopardiana di Walter Binni e Filosofi vecchi e nuovi di Cesare Luporini, al cui interno era il celebre Leopardi progressivo (ristampato nel 1980 in volume autonomo da Editori Riuniti). Questa linea interpretativa, rivoluzionaria per l’epoca e per certi versi ancor oggi, facente capo a Binni, Luporini e Sebastiano Timpanaro, com’è noto, insiste sul carattere profondamente antiromantico della produzione leopardiana, le cui radici e la cui linfa vitale vengono invece ravvisate nel razionalismo illuminista. Sul pensiero leopardiano il razionalismo illuminista agisce nelle sue varie declinazioni: da quella rousseauiana – incentrata sulla dialettica Natura-Civiltà, che in Leopardi si transcodifica in Natura-Ragione – presente nella fase del ‘pessimismo storico’; fino alla scoperta o meglio alla precisazione del materialismo (da chiamarsi non già ‘pessimismo cosmico’, bensì ‘pessimismo materialistico’) che salva il pensiero leopardiano da una tutt’altro che improbabile deriva nichilistica in termini assiologici ed ontologici. È questa la tesi di Luporini, il vero bersaglio di molti dei saggi raccolti nel volume in oggetto. Per Luporini, nella prima fase del pensiero di Leopardi, esistono (pp. 44-45 – cito dall’edizione del 1993) una Ragione primitiva e una Ragione storica, l’una positiva perché comunque figlia della natura e quindi vitale, l’altra negativa perché causa della corruzione della civiltà. L’ambivalenza della Ragione nel pensiero leopardiano, prima della sua riabilitazione, quindi, non si discosta dal pensiero settecentesco, la cui forza persuasiva (uso lo stesso termine di Luporini, che definisce la persuasione «la ragione che si cala nella passione», p. 58) è sempre attiva e operante in Leopardi: inizialmente il suo bersaglio è infatti più l’eccesso della Ragione che la Ragione in sé, per il fatto che essa è pur sempre prodotto della Natura, e che la ‘civiltà media’, l’optimum secondo Leopardi, è data dalla contemperazione della Natura e della Ragione, dove la Natura abbia la parte predominante.

Rigoni stesso sottolinea questa ambivalenza, ma nella sua analisi il riconoscimento della naturalità della Ragione non corrisponde a una sua totale riabilitazione e funzione positiva. Anzi, sulla scorta di Pierre Bayle (1647-1706), cui peraltro molto gli illuministi francesi devono, Leopardi ritiene, ben oltre i confini del ‘pessimismo storico’, che la Ragione (e la filosofia) abbia una funzione prettamente negativa, distruttiva delle superstizioni, delle credenze e delle verità tradizionalie al tempo stesso sia inadatta a sostituirle con delle verità positive.[1]  Funzione, in ultima analisi, anche autodistruttiva, quindi. Questa caratteristica era invero già stata notata da Luporini (p. 60), ma, come sottolinea Rigoni, «in forma quasi parentetica e senza trarne alcuna conseguenza» (p. 17, nota 43). La negatività della Ragione costituisce quindi una caratteristica costante del pensiero leopardiano in tutte le sue fasi, e si lega a doppio filo con il materialismo, di cui Rigoni sottolinea ripetutamente la non incompatibilità con l’irrazionalismo, fino a parlare nel caso di Leopardi di un «Illuminismo senza lumi» (p. 16) e a esporre quello che ritiene come l’assioma fondamentale del pensiero leopardiano: «Se il mondo è materia, la ragione, nella sua purezza e indipendenza, è un mito nefasto »(ibidem, corsivo dell’autore).Questa è la tesi fondamentale del libro di Rigoni, che possiamo così prendere come campione dell’ ‘antiluporinismo’, data la stringenza di argomentazioni che, se non riescono del tutto a cancellare l’immagine di un Leopardi progressivo, titanico e in qualche modo razionalista, [2] senz’altro illuminano l’altra faccia della luna, quella oscura, in un gioco di ambivalenze che investe l’intera evoluzione della riflessione leopardiana.

Ambivalenza che nel secondo saggio, Il materialista e le idee, investe anche il materialismo, presentato da Rigoni come caratteristico di tutto il pensiero leopardiano dalla conversione letteraria in poi: la canzone Alla sua donna ed alcune pagine dello Zibaldone dimostrano la fascinazione prodotta su Leopardi dal platonismo, dalla teoria delle Idee, inesistenti per la Ragione ma attingibili, soprattutto l’Idea del Bello, attraverso la «forma superiore di conoscenza» che è la poesia (p. 128). Tale conoscenza è arazionale, va sottolineato, perché conoscere per Leopardi è, in definitiva, sentire, come Rigoni ricorda alle pp. 14-15 e in nota 37 (ma inspiegabilmente fra le varie citazioni, tralascia i vv. 100-04 del Canto notturno: «Questo io conosco e sento, / Che degli eterni giri, / Che dell’esser mio frale, / Qualche bene o contento / Avrà fors’altri; a me la vita è male»). La Ragione, con la sua capacità di analisi anche troppo fine, uccide il genio e rende impossibile l’immediatezza della poesia (si veda il saggio Contro l’analisi). Questa concezione poetica della natura e della conoscenza è ciò che più avvicina Leopardi alla Romantik, e lo distanzia dai Romantici italiani, in particolare dalla poetica manzoniana del vero, afferma Rigoni in Romanticismo leopardiano; la teoria poetica anti-imitativa fondata sulle illusioni, inoltre, accomuna la poesia antica e la lirica moderna come intesa dal Recanatese (si veda il primo saggio, L’estetizzazione dell’antico), ferma restando la superiorità degli antichi, teorizzata anche dopo la svolta esistenziale del 1823 e lascoperta del pessimismo antico: superiorità,in quanto la loro epoca era ancora al di qua del predominio della Ragione e la loro poesia, di conseguenza, era più ricca di vita, di immaginazione materiale e corporea, e di stile.La poesia degli autori classici resta irrimediabilmente perduta e irripetibile (Leopardi sentì distintamente la distanza fra mondo antico e mondo moderno) eppure avvicinabile alla lirica moderna sentimentale e malinconica, in quanto appunto condividono il rifiuto del ‘vero’. [3]  Ma ciò di cui ha bisogno il mondo moderno, e che si è perduto sotto i colpi della Ragione e della spiritualità, è lo stile, l’identità di contenuto e forma. Il ragionamento leopardiano è stringente, e quindi il secondo assioma del pensiero leopardiano, sostiene Rigoni, è per l’appunto il seguente: «se il pensiero è un fatto materiale, la parola non è più la veste, ma la sostanza stessa del pensiero e, inversamente, il pensiero non è più un problema di conoscenza, ma di stile » (p. 30, corsivo dell’autore)… [+]

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