“Cioran e le risate degli dei” (Pietro Citati)

LA REPUBBLICA, 06/12/1991

Qualche volta, leggendo i libri di Cioran, abbiamo l’ impressione di avvertire dietro le parole un’ esperienza inconfessata e tremenda. Come se fosse abitato da un orrore profondissimo, che ha conosciuto nel momento della nascita: o da una visione avuta a vent’ anni, guardando per tutta la notte, con la fronte incollata ai vetri, la vertigine del nulla: o dal crollo delle immense ambizioni della giovinezza; o da qualsiasi altro evento terribile, che è accaduto dentro di lui, segnandolo per sempre con le stimmate della disperazione. Per tutta la vita, non ha fatto che guardare quel buio, che non finisce di terrorizzarlo e di esaltarlo. Ma non è mai riuscito a parlarne. “Finché si vive al di qua del terribile, si trovano parole per esprimerlo; appena lo si conosce dall’ intimo, non se ne trova più nessuna”. Proprio per fuggire da questo orrore, Cioran ha sempre voluto balzare fuori dalla vita. La creazione del mondo, la creazione dell’ uomo, l’ incarnazione di Cristo – gli sembrano tre tappe inespiabili di un solo tragico errore. Non perdona a Dio di essersi creato, e di averci creato. Non perdona a sé stesso di essere nato. “E’ come se, iniziandomi in questo mondo, avessi profanato un mistero, tradito un qualche impegno solenne, commesso una colpa di gravità inaudita”. Sogna di saltare di là, prima della nascita sua e dell’ universo, “nel nostro solo spazio”, quando la terra era deserta e vuota, e le tenebre stavano sulla superficie dell’ abisso, e forse si ascoltava “lo stridore soprannaturale” di un gabbiano in fuga. La Genesi racconta che, allora, non c’ era luce: ma, secondo Cioran, quell’ esile barlume di luce, che aleggiava sopra le acque, era la sola vera luce che noi abbiamo mai conosciuto. Avrebbe vissuto una vita di larva, rinunciando ad evolversi, godendo la siesta degli elementi, consumandosi quietamente in un’ estasi embrionale. La sua sapienza preedenica avrebbe fatto a meno della cultura, del peccato e della scienza: non avrebbe conosciuto né Dio né il Diavolo, né l’ Eternità né il Tempo, né l’ Essere né il nulla, né la Luce né la Notte, queste forme degradate della mente umana. L’ intellettuale si tasta lo scheletro Cioran ha un senso troppo acuto della morte per abbandonarsi completamente all’ estasi delle origini. Come un mistico medioevale, si tasta lo scheletro. “Ogni volta che non penso alla morte, ho l’ impressione di barare, di ingannare qualcosa in me”. Così consuma avidamente col pensiero la morte di tutte le civiltà, di tutti i tempi, di tutte le opere umane – decadenza della Grecia, di Roma, di Messico, sfinimento di Europa, che egli assapora con voluttà ogni minuto. E con un altro balzo, ancora più folle del primo, raggiunge la fine dei tempi, quando la terra sarà un’ altra volta “deserta e vuota”. Allora non ci sarà più nessuno, nemmeno lo stridore soprannaturale di quel gabbiano: forse solo gli uomini-larve, gli uomini incompiuti come lui, che avranno attraversato indenni l’ erosione della storia. Solo, in un angolo, ascolterà le risate degli dei: il loro scherno vasto e sottile, che non lascia in piedi nemmeno una figura o un episodio o una gloria della civiltà umana. In un attimo, comprenderà che quel riso era sempre stato il suo riso. Questi sono i momenti centrali dell’ ultimo libro di Cioran pubblicato in Italia: L’ inconveniente di essere nati (Adelphi, pagg. 188, lire 25.000, nella efficace traduzione di Luigia Zilli). E a questi momenti vanno ricondotte le forme intime della sua mente, che per tutta la vita ha nascosto sotto il brillio della conversazione, lo scintillio delle intuizioni e degli aforismi. Da una parte, quest’ uomo delle origini, che si prende gioco di tutti i sistemi filosofici, è davvero, per usare una formula abusata, l’ ultimo metafisico di Occidente. Il suo sogno è la conoscenza pura: pensata da una mente senza corpo e senza nervi, che toglie peso a qualsiasi oggetto; quieta trascrizione musicale di una intelligenza che ha smarrito ogni contatto umano. D’ altra parte, Cioran, che sostiene di avere ucciso in sé stesso il possibile, è avvolto come nessuno dal fruscio e dalla fantasticheria del possibile. Gode la gioia di essere nulla, perché può essere tutto: l’ orgia di coincidere con ogni aspetto della realtà e dell’ irrealtà; il piacere di non possedere un volto definito e di condividere il movimento dell’ acqua e del vento. Adora ciò che avrebbe potuto essere, e non è stato. Sceglie la libertà dello spirito contro la forma definita: il desiderio di scomparire senza lasciar tracce contro la bramosia di apparire; il vuoto contro il piano. Appena ha disegnato questo paesaggio della sua anima, con furore, ilarità e delizia Cioran lo distrugge. Aveva negato il corpo: ci aveva fatti risalire prima del tempo, e dopo il tempo. Ora, di colpo, esalta il corpo umano, e quanto il corpo ha di più momentaneo e caduco – le sensazioni nervose, gli istinti, gli scatti, i risentimenti, le furie senza motivo e giustificazione. Ama ciò che muore quasi prima di nascere; e ciò che è corrotto dal peccato e dalla tenebra. La vita quotidiana lo incanta. La storia umana gli piace per quanto ha di più passeggero, pittoresco e assurdo. Non legge i libri di storia – ma le lettere, i diari, le testimonianze, possibilmente dell’ ultimo tra i soldati, i viaggiatori e le portiere, che conservano il sapore delle fantasie, dei capricci e delle illusioni. Soprattutto, ama le apparenze. Così la sua vita è dilaniata, felicemente dilaniata, tra metafisica e tempo. “Nessuna via d’ uscita”, egli dice, “per colui che oltrepassa il tempo e insieme vi si impantana, che accede sussultando alla sua ultima solitudine, e nondimeno sprofonda nell’ apparenza. Indeciso, dilaniato, si trascinerà da malato della durata, esposto simultaneamente all’ attrazione del divenire e dell’ atemporale”. Se potesse esistere un metafisico che odia il definitivo, un metafisico che non sopporta la quiete dell’ Essere, – ebbene, questi è Cioran. Insediato nella realtà, Cioran non vi cerca che fallimenti, disastri, sconfitte, rovine. Se l’ universo è un errore di Dio, nella storia tutto deve essere un errore e un’ agonia, – grotteschi e apocalittici. Ecco dunque “le dinastie condannate, gli imperi pericolanti, i Montezuma di ogni tempo, i lacerati e i braccati, gli intossicati di ineluttabile, i minacciati, i divorati, – tutti quelli che aspettano il loro carnefice”. Lui stesso, rifiuto di un paese condannato, cosa è se non un fallimento, destinato ad ogni abiezione, un aborto, che vive senza moventi? Anche il pensiero non nasce dalla felicità, ma dalla mancanza, dal dolore e dalla sventura: soffre e fa soffrire; è una piaga che non si rimargina mai, una ferita che si moltiplica senza fine. Giunto là in fondo, Cioran riconosce che solo dal deserto e dalla sconfitta può nascere la letteratura, questa lenta strada che ci conduce verso l’ origine e la fine, che forse non sono esistiti e non esisteranno mai. Poi l’ io che ha dichiarato la propria sconfitta si risente, e si mette in rilievo. “Non mi piacerebbe che si fosse equi nei miei confronti, potrei fare a meno di tutto, tranne che del tonico dell’ ingiustizia”. La sua mancanza si capovolge in sovrabbondanza, la sua abulia in furore. Ha bisogno di sensazioni forti, di scosse elettriche, di sarcasmi, di contraddizioni, di paradossi: deve vivere secondo una continua tensione intellettuale e fisica, che gli assicuri ogni istante di essere vivo. Vuole raggiungere ogni estremo, superare ogni limite, come il più convulsivo dei poeti romantici. Così Cioran si odia ed odia: si autodistrugge e distrugge; non è che rabbia, collera, desiderio di vendetta. Vuole ferire, alzando un pugnale che apra in ogni corpo e in ogni mente una ferita immedicabile. “Senza una buona dose di ferocia, non si può condurre un pensiero sino in fondo”. “Un’ opera esiste solo se è preparata nell’ ombra, con l’ attenzione e la cura dell’ assassino che medita un colpo. In entrambi i casi ciò che predomina è la volontà di colpire”. Poiché si detesta, detesta l’ uomo. Niente di ciò che è stato detto contro l’ uomo e il suo mondo gli basta. Vorrebbe andare molto più in là, pensare l’ inosato, iniziare un processo interminabile, addossarsi le più tremende arditezze gnostiche, “dicendo qualcosa che polverizzi la storia, qualcosa che scaturisca da un neronismo cosmico, da una demenza commisurata alla materia”. All’ improvviso, l’ atmosfera muta del tutto. Cioran non è più né dolore né furore: sul volto del Giobbe che soffre, del romantico convulsivo, del pensatore assassino, si distende la strana serenità ironica di un saggio stoico o buddhista. Quale dolcezza disincantata, quale grazia malinconica: forse è il momento di Cioran che più attrae. Se tutto era stato disastro e tragedia, tutto – adesso – diventa irreale: nient’ altro che gioco ininterrotto della metamorfosi, forme che annullano e sostituiscono forme, nuvole dopo nuvole, bagliori dopo bagliori, divertimento delle apparenze, come in un libro indiano o in un vaudeville. Cioran sa benissimo di far parte dell’ illusione universale; e anche la sua mente appartiene al grande gioco. Sorride; e in un momento improvviso di intimità ci fa capire che ha sempre giocato con noi, mentre ci mostrava i suoi dolori e i suoi furori, tanto veri quanto illusori. Alla fine, queste immagini diverse vengon trascinate via da un vento veloce. Come è precaria la vita! Ogni istante che vive, ogni istante che pensa, Cioran si sente morire: passa un attimo, ed è già morto; e intanto la mente, completamente sdoppiata, è curiosa di vederlo vivere, morire e rinascere. Non esistono che i minuti, gli ilari, i beati minuti – eppure ogni minuto è “insignificante”. Tutto rende inquieto Cioran: la terra, che lo tiene prigioniero, è insopportabile, ma il paradiso originario, che dovrebbe liberarlo dalla terra, lo è ancora di più. Cambia continuamente opinione: venti, trenta volte nel corso di una giornata. Gioisce, ma non sopporta la gioia dell’ attimo: vuole sempre altro, quello che non ha ancora provato, quello che non ha ancora pensato e scritto, quello che verrà, come se tutte le nostre felicità e infelicità fossero future. Il desiderio di fuga non gli dà requie. Vorrebbe essere sempre altrove: non sa dove. Non c’ è meta che gli basti: non c’ è obbiettivo metafisico che lo soddisfi. “Andare ancora più lontano del Buddha, elevarsi al di sopra del nirvana, imparare a farne a meno… non essere più fermato da niente, neppure dall’ idea di liberazione, ritenerla una semplice sosta, un impaccio, un’ eclissi…”. Eppure questo mondo tragico, disperato, sconvolto, questo mondo che sembra precipitare di istante in istante nel nulla e nell’ infinito – suscita in Cioran una felicità straordinaria. Non sappiamo da dove provenga. Dalla velocità del pensiero? Dall’ estrema catastrofe, che si capovolge nell’ allegria del “naufrago”? O dal fatto che ogni pensiero viene pensato con una tale tensione, da risolversi in una pura scarica di energia vitale? La morte, la distruzione, il nulla, il dolore, il disgusto, il fallimento, il disastro, l’ Essere, la quiete, la saggezza, qualsiasi argomento attraversi la mente di Cioran, risvegliano nella sua penna una febbrile euforia, un piacere estatico, che contagia anche noi che leggiamo. Nessuno inclina più di Cioran all’ idea del libro segreto: il diario che nessuno leggerà mai, dove scrivere “cose che non oserei confessare a nessuno”. Sebbene abbia letto moltissimi libri, il vero campo della sua esperienza è il suo io: quell’ io che detesta e che ama, quell’ insopprimibile compagno di fuga della penna. Tutto ciò che scrive non è altro che una ininterotta “conoscenza di sé”. Eppure subito dopo, recitando insieme le parti di Pascal e di Agostino, di La Rochefoucauld e di Valéry, dichiara che nessuna conoscenza di sé è possibile, e che se fosse possibile, nulla è più disgustoso e odioso. Spezza il suo io, lo frantuma in una moltitudine di piccolissimi io, lo trasforma in migliaia di altri; e poi non guarda nemmeno la loro anima, trascura ciò che è essenziale, contempla soltanto ciò che di solito sfugge a ogni attenzione… [+]

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