“Siamo al culmine della storia della follia. Leopardi ci salverà. Forse”. Emanuele Severino in dialogo con Gianni Bonina

PANGEA NEWS, 22 Gennaio 2020

Nascere apparve nel 2005 da Rizzoli nella veste di un libro secondario ma già nel sottotitolo, “E altri problemi della coscienza religiosa”, adombrava una provocazione nell’intento mascherato di rinfocolare una polemica che aveva visto Emanuele Severino protagonista al tempo della legge sulla fecondazione. Ad ogni modo segnava una presa di posizione di rigore nei confronti della Chiesa. Spiegò il filosofo scomparso il 17 gennaio in un’intervista nella quale era compreso l’intero suo pensiero: «La riflessione sul senso del nascere è emersa come conseguenza di un discorso teoreticamente più impegnativo che avevo fatto nel mio libro uscito da Adelphi, Fondamento della contraddizione. Da lì vengono una serie di effetti – fra cui la contraddittorietà del concetto di potenza – che hanno attinenza appunto con il nascere».

Lei in effetti ha ingaggiato con la Chiesa una polemica fondata forse su un malinteso, perché la sua teoria dell’«eterno dell’essente» ne fa il teorico meno relativista che la Chiesa potesse augurarsi.

Nel significato di andare nella direzione opposta al relativismo è vero, però cerchiamo di intenderci. Per relativismo la Chiesa designa la negazione di ogni fondamento assoluto della realtà, di ogni realtà immutabile che si ponga al di sopra del divenire, lo controlli e lo domini, come appunto si assume con il Dio che è ordinamento immutabile e che contiene e dà senso al divenire. Il relativismo per la Chiesa è quell’insieme di filosofie del nostro tempo (e potremmo arrivare indietro fino a due secoli fa) che si contrappongono alla tradizione filosofica. Ora, il mio discorso filosofico non è una riproposizione della tradizione occidentale alla quale il relativismo si contrappone.

La differenza qual è?

Gli «immutabili», gli «eterni» della tradizione occidentale hanno sotto di loro il «divenire» come il padrone ha sotto di sé il servo. C’è l’immutabile perché si riconosce il divenire. Mentre nei miei scritti si indica l’impossibilità di una gerarchia di questo genere dove c’è il Dio eterno che si tiene per sé l’eternità non lasciando che appartenga alle cose del mondo. è vero che i miei scritti non hanno nulla a che vedere con il relativismo ma non hanno a che vedere neanche con la tradizione metafisica, sistemica, ontologica, epistemica e teologica, perché questa tradizione è caratterizzata da un’eternità dove il padrone eterno domina il divenire che sottostà.

Però lei ha detto che l’esistenza del divenire implica l’inesistenza necessaria di ogni Dio eterno.

Attenzione. Chi afferma il «divenir altro» come annullamento è l’Occidente. è la storia necessaria della Follia. La Follia per essere coerente deve arrivare alla negazione di ogni eterno e congiungersi con l’emancipazione della tecnica. Certo, il mio discorso dà una mano alla filosofia contemporanea perché questa cancellazione del passato avvenga in modo radicale, ma poi l’essenza del mio discorso filosofico è la negazione di tutto questo processo che riguarda e l’affermazione di Dio propria della tradizione e la negazione di Dio propria della filosofia, dell’arte, della politica, della scienza… [+]

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